Gli acquedotti romani, prodigio di ingegneria

 

Acquedotto romano in Spagna

“Regina aquarum”, ovvero “regina delle acque”: ecco come veniva definita l’antica città di Roma grazie alla sua relazione speciale con l’acqua. Una relazione così stretta che portò la città a popolarsi di terme, bagni pubblici, pozzi, fontane, ville. Una rivoluzione che fu resa possibile dalla costruzione del sistema degli acquedotti, un prodigio di ingegneria che possiamo ammirare ancora oggi, a quasi due millenni di distanza.

Roma, regina delle acque

Per secoli, il Tevere fu la principale fonte idrica di Roma, insieme alle sorgenti e ai pozzi del territorio. La crescita demografica causò un aumento del fabbisogno di acqua da parte della città e questa necessità diede il via a una imponente opera di ingegneria pubblica che culminò nella costruzione della rete degli acquedotti. Plinio il Vecchio ne decantava l’unicità e Frontino, che rivestì il ruolo di “curatur aquarum” (il curatore delle acque), scrisse nel 97 a.C. che la rete degli acquedotti rappresentava “la più alta manifestazione della grandezza di Roma”.

E fu davvero un’impresa straordinaria quella che realizzarono i formidabili ingegneri romani, edificando una rete di circa 800 Km complessivi di condotte. Il primo ostacolo da superare fu la ricerca e l’individuazione delle sorgenti da cui doveva prendere il via l’acquedotto. Sì, perché era necessario trovare delle fonti con delle caratteristiche specifiche, tra cui una eccellente qualità dell’acqua, un flusso costante e soprattutto una altezza tale da offrire una pendenza adeguata a far arrivare l’acqua fino alla città. Questo punto di origine, il caput aquae, poteva essere un sito superficiale, come un fiume, e in quel caso veniva costruito un bacino artificiale o una diga per convogliare le acque; altre volte si trattava di sorgenti sotterranee, portate alla luce attraverso un ingegnoso sistemi di pozzi.

Porzione sotterranea di acquedotto romano a Istambul

Gli acquedotti presentavano delle camere dove le acque venivano raccolte e sottoposte a purificazione (le piscinae limariae), sia all’inizio del percorso, sia alla fine. Il condotto principale era detto specus ed era costruito in muratura ricoperta con un amalgama impermeabile fatto di calce e laterizi. Lo speco era principalmente sotterraneo e solo in alcuni tratti era costruito a cielo aperto. Per la manutenzione furono predisposti tombini da cui scendere attraverso scale e portelloni per i tratti all’aperto: in superficie, i percorsi sotterranei avevano dei cippi numerati che indicavano con chiarezza il percorso delle condutture. La manutenzione era un compito di primaria importanza e tutte le strutture furono progettate per essere facilmente accessibili agli operai specializzati.

I tecnici del tempo si trovarono a fronteggiare problemi piuttosto complicati durante la realizzazione degli acquedotti, prima tra tutti la questione della pressione: le condotte dovevano mantenere una pressione regolare per far procedere il flusso di acqua ma nei percorsi lungo i quali si snodavano gli acquedotti, spesso si incontravano valli o depressioni. A tale scopo si usava il sistema del “sifone inverso” che, tramite una torretta posta alla fine dell’avvallamento, permetteva all’acqua di scendere e risalire dalla parte opposta grazie alla pressione acquisita durante la discesa. Le tubature del tempo erano però fatte di terracotta, ceramica o piombo e non potevano sopportare carichi troppo elevati. Per questo gli ingegneri furono costretti a scegliere lunghi percorsi per costruire gli acquedotti, preferendo aree dove il territorio si adattava il più possibile alle necessità costruttive.

La strada dell’acqua terminava con un “castello”, dove era presente un’ultima vasca di decantazione e delle bocche che permettevano la ripartizione delle acque verso le condutture urbane. Spesso i castelli erano valorizzati da fontane monumentali che celebravano il punto di arrivo dell’acqua in città. Oggi purtroppo di queste fontane non è rimasto quasi nulla, e quelle visibili sono frutto di restauri rinascimentali.

Acquedotto romano in Francia

Gli acquedotti di Roma

Nei secoli, a Roma furono costruiti molti acquedotti: Aqua Appia, Anio Vetus, Aqua Marcia, Aqua Tepula, Aqua Iulia, Aqua Virgo, Aqua Alsietina, Aqua Claudia, Anio Novus, Aqua Traiana, Aqua Alexandrina e Acqua Felice.

Ogni acquedotto è una fonte di aneddoti e curiosità: ad esempio, il più antico acquedotto di Roma era l’Aqua Appia, datato 312 a.C. e voluto da Appio Claudio Cieco, creatore anche della celebre Via Appia; l’Aqua Marcia, che nasce nell’Alta Valle dell’Aniene, fu il primo acquedotto a richiedere la costruzione degli archi (per nove chilometri). I suoi rami toccavano punti strategici della città come il Quirinale e il Campidoglio e uno di questi, costruito nel 212-13, alimentava le splendide Terme di Caracalla. Successivamente, un altro ramo fu destinato alle Terme di Diocleziano; l’Aqua Tepula fu così chiamata per via della temperatura mite dell’acqua che sgorgava dalle fonti situate tra Grottaferrata e Marino, e il suo castello si trovava in corrispondenza di quello che oggi è il Ministero del Tesoro; l’Aqua Iulia invece fu creata da Agrippa nel 33 a.C. in onore di Augusto e della “gens Iulia”, un’antica e prestigiosa gens romana alla quale la tradizione voleva che appartenesse lo stesso Romolo; l’Aqua Virgo, così chiamata per la purezza delle sue acque, era destinata alle Terme di Agrippa e la sua fontana, inizialmente modesta, si trasformò successivamente nella celeberrima Fontana di Trevi.

Malgrado l’acquedotto venne potenziato nel 1453 da papa Niccolò V, utilizzando il progetto di Leon Battista Alberti, nel corso dei secoli le sue acque persero l’originale qualità, degradandosi progressivamente a causa dell’inquinamento dovuto a un’urbanizzazione fuori controllo. Oggi sono acque destinate principalmente ad alimentare alcune famose fontane della città; sappiamo poi che il crudele Nerone fece costruire un ramo dell’Aqua Claudia per alimentare il ninfeo e il lago della sua sfarzosa dimora, la Domus Aurea: l’Aqua Traiana (poi Aqua Paola) venne destinata ai rioni Trastevere, Gianicolo e al Vaticano, mentre il primo acquedotto di età romana moderna, l’Acqua Felice, fu protagonista di un clamoroso errore: papa Sisto V affidò i lavori per terminare l’opera a Matteo Bartolani, che sbagliò però i calcoli. Il risultato fu che l’acqua, invece di proseguire, tornava indietro! Inutile dire che Bartolani fu sollevato dall’incarico e il completamento dell’acquedotto fu affidato a Giovanni Fontana, che lo portò a termine nel 1585.

Scala a chiocciola dell'Acqua Virgo, a Roma

Gli acquedotti nel mondo

I Romani non si limitarono a trasformare la propria città in un modello di ingegneria idraulica. Nel corso di 500 anni edificarono centinaia di acquedotti anche nel resto dell’Impero Romano. La maggior parte sono andati distrutti ma alcuni sono visibili ancora oggi. Tra questi:

  • il Pont du Gard (Francia)
  • l’Acquedotto di Valente (Turchia)
  • l’Acquedotto di Segovia (Spagna)
  • l’Acquedotto di Les Ferreres (Spagna)
  • l’Acquedotto dei Miracoli (Spagna)
  • l’Acquedotto di Cesarea (Israele)

Ancora oggi, viaggiando in Italia o nel mondo, è possibile incontrare la testimonianza di quella straordinaria civiltà che per prima aveva compreso l’importanza dell’acqua per la crescita e lo sviluppo dei popoli. Un tema estremamente attuale che, in tempi di sfide ecologiche e innovazione sostenibile, dobbiamo tenere a mente, ricordandoci che l’acqua è un bene dal valore inestimabile che tutti abbiamo il dovere di tutelare, consumandola consapevolmente e scegliendo chi, come Acqua Sant’Anna, fa propri i valori di rispetto del territorio e di ricerca della qualità.

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