Dire, fare… riciclare. In cosa consiste il riciclo della plastica?

Processi, macchinari e prospettive future.

Fermare la dispersione incontrollata della plastica nell’ambiente è uno degli obiettivi più importanti e attuali per la tutela del pianeta, eppure la plastica continua ad essere un materiale tra i più innovativi, versatili ed economici che esistano, utilizzato in settori a volte vitali per la società moderna.

Pensiamo alle sole bottiglie d’acqua, di cui gli italiani sono tra i maggior consumatori al mondo. Seppur rimpiazzabili da altri contenitori e materiali, rimangono un prodotto al quale non è facile rinunciare: inimitabile per praticità, sicurezza, costo e, anche se non tutti lo sanno, riciclabile al 100%. 

Nonostante questo dato positivo, non è semplice raccogliere e ridare nuova vita a tutta la plastica che viene prodotta e buttata ogni giorno nel mondo.

Secondo l’ultimo rapporto dell’OCSE (Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico) a livello globale, solo il 15% della plastica viene riciclato. Il 25% finisce negli inceneritori o nei termovalorizzatori e il 60% viene portato nelle discariche, bruciato all’aperto (producendo gas nocivi) oppure disperso nell’ambiente. In Europa i dati migliorano, ma non abbastanza: si ricicla circa il 30% dei rifiuti plastici.

Perché queste cifre sono così basse? È doveroso specificare che esistono materiali e materiali: con la parola “plastica” si fa riferimento ad una grande quantità di polimeri chimicamente diversi fra loro, con necessità di essere smaltiti in modo personalizzato e più o meno semplici da riciclare, a seconda della loro composizione. Ad esempio, il PET (Polietilene tereftalato) di cui sono fatte le bottiglie d’acqua è un materiale relativamente semplice da riciclare. Quando smaltito correttamente, può dare vita a nuove bottiglie e ad altri prodotti di qualità. Il PS (Polistirene detto anche Polistirolo), con cui si fanno imballaggi e vaschette per alimenti, è invece molto più difficile da scomporre e quindi riutilizzare. 

Il processo del riciclo

In Italia, stando ai dati del 2018, si trovano una trentina di impianti di selezione, 73 stabilimenti per il riciclo e 35 preparatori e utilizzatori di combustibili da rifiuto. Ma come avviene esattamente il riciclo della plastica, in particolare quello del PET? Come arriva in questi stabilimenti per il riciclo e quali processi attraversa prima di poter essere riutilizzata?

La plastica destinata al riciclo proviene da centri di raccolta regionali ed è trasportata a bordo di automezzi verso gli appositi impianti di selezione. I carichi di rifiuti vengono qui controllati, scaricati e trascinati da un nastro trasportatore verso un macchinario che li disimballa e lacera per separare le varie tipologie di oggetti. 

Dopo, si passa al cosiddetto processo di “vagliatura”, ovvero la separazione dei rifiuti in base alla dimensione dei frammenti attraverso il passaggio in appositi macchinari, detti “vagli”, dotati di fori di dimensione variabile. La vagliatura è suddivisa in due fasi. La prima serve ad eliminare lo “scarto fine” ossia inferiore ai 50 mm, che diventerà CDR (Combustibile derivato da rifiuti) destinato per esempio ad impianti di termorecupero e cementeria. La seconda vagliatura seleziona i CPL (Contenitori per liquidi) e li separa da altri tipi di imballaggi come film, sacchetti e recipienti con capacità superiore ai tre litri che vengono trasportati, sempre dal nastro, ad un sistema di pressatura. I contenitori in PET e HDPE (Polietilene ad alta densità) passano attraverso due gruppi di detettori a raggi infrarossi. Nel secondo detettore i contenitori PET vengono divisi in base al colore con l’ulteriore aiuto di lavoratori specializzati. Suddivisi per tipologie, i materiali vengono pressati, imballati ed etichettati in modo da essere riconoscibili al momento dell’arrivo agli impianti di lavorazione.

In questi impianti a ciclo continuo, cioè attivi 24 ore su 24, il PET viene inviato ad un contenitore detto “Trommel”. Nel Trommel, le plastiche vengono lavate ad 80 gradi per staccare ed eliminare eventuali materiali residui diversi dal PET, come le etichette delle bottiglie. Dopo di che, vengono sottoposte ad ulteriori controlli passando anche attraverso metal detector per scartare eventuali oggetti contenenti metallo.

Adesso i materiali selezionati sono finalmente pronti per la macerazione: vengono inviati a macchine che li pressano fino a farli diventare frammenti di circa 10 mm, vengono ulteriormente lavati e asciugati e inviati ai silos omogeneizzatori in cui si effettua un ulteriore controllo di qualità.

I vari tipi di PET, in base al loro peso molecolare, possono ora essere trasformati per estrusione, filatura, stampaggio ad iniezione e venire utilizzati per la realizzazione di svariati prodotti. Il sistema appena descritto, detto “riciclaggio meccanico”, contribuisce significativamente al riutilizzo della plastica. Se correttamente effettuato, questo sistema garantisce che la materia prima divenga parte della cosiddetta “economia circolare”.

Upcycling, il futuro dell’economia circolare

Oltre al sistema di riciclaggio meccanico, da diversi anni vengono sperimentati e messi in atto anche nuovi metodi, come quello “chimico” che permette di “riconvertire” la plastica (anche quella scartata durante il processo meccanico), scomponendola in monomeri, oligomeri e idrocarburi e rendendola materia prima per nuovi oggetti di qualità. 

Al momento sono pochi gli impianti che nel mondo sfruttano questa tecnologia, ma con il tempo si potrà arrivare ad una maggiore diffusione di quello che oramai è definito “upcycling” ossia il riciclo che non scarta, ridona e addirittura migliora la qualità del prodotto finale, con un approccio sostenibile che ci permetterà di continuare a giovare delle infinite qualità della plastica, e che allo stesso tempo innescherà processi di economia circolare positivi per il pianeta.

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